Fanta-politica globale nel 2025

Cari lettori,
scusandoci con voi se per un lungo periodo di tempo siamo rimasti in silenzio, vi facciamo i nostri migliori auguri per un felice anno nuovo 2025, il quale, senza dubbio, è iniziato con non meno presupposti turbolenti rispetto al 2024. Tuttavia, cerchiamo di non farci scoraggiare e vogliamo condividere con voi una riflessione interessante, da parte di una persona da noi stimata. Eccola qui sotto:

Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, il collasso della Siria, e l’incontro lampo tra lo stesso Trump e Giorgia Meloni, la liberazione improvvisa di Cecilia Sala con la conseguente possibilità di quella di Abedini, insieme al silenzio strategico della Cina sulle mosse statunitensi, sollevano interrogativi intriganti. Possiamo ipotizzare uno scenario fanta-politico basato su una serie di interessi globali convergenti.

Lo scenario ipotetico

Considerando che:

  • la Russia, grazie al Donbass, diventa autonoma per le materie prime necessarie alle nuove tecnologie;
  • la Cina possiede risorse critiche sia in patria sia in Africa, grazie all’espansione economica favorita dalla scarsa visione strategica europea;
  • gli USA non hanno riserve significative di tali risorse, ma la Groenlandia potrebbe essere un serbatoio prezioso;
  • l’Europa non è in grado di gestire né difendere adeguatamente queste risorse,

ecco allora l’ipotesi: potrebbe essere in atto un accordo di fatto, se non di diritto, tra le principali potenze mondiali. Questo “patto non scritto” potrebbe prevedere:

  1. La Groenlandia agli USA, per garantirsi un accesso privilegiato alle risorse.
  2. Il Donbass alla Russia, consolidando la sua influenza geopolitica.
  3. Taiwan alla Cina, come parte della sua strategia di espansione regionale.
  4. Un Iran neutrale, che cessa di fomentare e armare gruppi come Hezbollah in Libano e Siria, in cambio di stabilità commerciale e militare.

Il ruolo dell’Iran: una pedina chiave?

La liberazione della Sala, con la prospettiva di quella di Abedini, potrebbe essere interpretata come un segnale di questa nuova dinamica. Gli Stati Uniti sembrano considerare l’Iran un interlocutore, non più un nemico da isolare.

L’Europa: spettatrice o giocatrice?

Se questa ipotesi fosse fondata, il governo italiano potrebbe essere informato dei fatti e lavorare dietro le quinte per dividere l’Europa, rendendola meno coesa nel difendere gli interessi della Danimarca sulla Groenlandia.

Conclusione

Naturalmente, tutto questo è pura fantapolitica, ma i segnali sembrano indicare che qualcosa di significativo stia accadendo a livello globale. Rimane da vedere se queste mosse porteranno a un nuovo equilibrio geopolitico o a ulteriori tensioni.

Nemmeno noi abbiamo la sfera di cristallo né pretendiamo di averla, però ci piace condividere queste riflessioni di “fanta-politica”, in particolare quelle del buon Patrick DeWatt, al quale abbiamo inoltrato la riflessione e in sintesi non esclude che lo scenario menzionato dal nostro contatto possa realizzarsi. Ecco una sintesi delle sue osservazioni.

Ucraina e Russia: sta nascendo una nuova narrativa sulla guerra?

Negli ultimi tempi, si sta delineando quella che potrebbe essere una nuova strategia comunicativa da parte dei governi occidentali riguardo al conflitto in Ucraina. Questa narrativa sembrerebbe mirare a presentare la guerra come “vinta” dagli alleati, nonostante le realtà sul campo possano raccontare una storia diversa.

Il contesto: perché cambiare narrativa?

Per molte nazioni occidentali, la guerra in Ucraina si è trasformata in un terreno scivoloso. Dopo mesi di sforzi militari ed economici, l’opinione pubblica inizia a chiedersi: qual è il reale obiettivo e quale sarà il costo finale? Per evitare una perdita di consenso tra gli elettori, sembra emergere una strategia che punta a:

  1. Raccontare la guerra come una vittoria occidentale, indipendentemente dal risultato concreto.
  2. Cedere territori strategici, come il Donbass, ma mascherare la concessione come un successo tattico.
  3. Salvare la faccia agli occhi degli elettori, presentando un’immagine di forza e coerenza.

La nuova narrativa: come viene costruita?

Per rendere questa percezione credibile, la propaganda potrebbe fare leva su una comunicazione coordinata:

  • Dichiarazioni ufficiali che enfatizzano i successi delle forze ucraine e degli alleati occidentali.
  • Silenzio mediatico o minimizzazione delle concessioni territoriali per non attirare l’attenzione sul loro impatto reale.
  • Manipolazione dell’opinione pubblica attraverso media e influencer che sostengano la narrazione del “tutto è andato secondo i piani”.

Conclusione: tra realtà e percezione

Se questa strategia dovesse essere confermata, ci troveremmo di fronte a una delle più grandi operazioni di “salvataggio della faccia” politica dell’epoca moderna. Fingere di aver vinto per giustificare una tregua e delle concessioni potrebbe essere un compromesso necessario per uscire dal conflitto senza perdere ulteriormente credibilità.

Chi vivrà vedrà cosa bolle nella pentola di questo anno decisivo.

Un saluto,
Tulkas & Gilgamesh

Servizi segreti USA: rischi di attentato dall’Iran per Trump

Questa mattina la Deutsche Presse Agentur (DPA, Agenzia di stampa tedesca) ha pubblicato un articolo secondo cui i servizi segreti USA hanno informazioni per cui il candidato alla presidenza USA Donald Trump avrebbe ricevuto minacce di morte dall’Iran. Pubblichiamo di seguito una sintesi.
“La squadra elettorale e il portavoce di Donald Trump, Steven Cheung, hanno dichiarato che i servizi segreti statunitensi hanno informato il candidato repubblicano di minacce reali e concrete provenienti dall’Iran per assassinarlo. L’obiettivo dell’Iran sarebbe destabilizzare gli Stati Uniti e seminare il caos. Le forze dell’ordine stanno lavorando per garantire la sicurezza di Trump e assicurare che le elezioni presidenziali del 5 novembre si svolgano senza interferenze. Recentemente, sono emerse nuove informazioni su un attacco hacker iraniano che ha colpito la comunicazione interna del team di Trump, con l’obiettivo di minare la fiducia nel processo elettorale e influenzare l’esito delle elezioni.”

Noi non vogliamo lavorare di fantasia, ma vogliamo invitare alla prudenza sulle interpretazioni alla lettera di certe affermazioni e informazioni. Non scordiamoci due cose fondamentali:

  1. La CIA e l’FBI non stanno dalla parte di Trump (l’attentato del 13 luglio ne è la pistola fumante, ma si sapeva da tempo), per cui potrebbero essere loro stessi ad organizzare l’attentato, fabbricando poi prove false per incolpare l’Iran.

  2. già dai tempi della guerra in Iraq del 2003, i servizi segreti USA fornirono “prove schiaccianti” (la famosa fialetta di Colin Powell), poi rivelatesi false, come casus belli.

    Ma perché questa delirio di guerra a poco più di un mese dal voto negli USA? Perché una guerra in grande stile, come ipotizzato da alcuni, fra cui Patrick De Watt nelle sue ultime dirette, sarebbe l’ultimo modo da parte delle élites globaliste, per non far svolgere il voto del 5 novembre, da cui Trump ne uscirebbe sicuramente vincitore.

A questo punto, le ipotesi sono due:

A) se non abbiamo ragione, Trump ha preso il controllo dei servizi segreti e della polizia federale, e l’Iran (o meglio, una parte delle loro élites) potrebbe veramente avere l’intenzione di far fuori il candidato repubblicano. Quali siano le reali motivazioni dietro le quinte, non le sappiamo.

B) Se abbiamo ragione, e dietro le quinte, Trump sta cercando non solo un accordo con la Russia, ma anche con la Corea del Nord e lo stesso Iran (Giuseppe Sangiorgio, 12-08-2024, minuto 26) e i democratici, facenti parte dell’élite globalista davosiana, assieme alla parte corrotta e guerrafondaia del governo israeliano (Netanyahu), stanno cercando in tutti i modi di sabotare questi accordi.

Entro i prossimi sei mesi, forse già entro la fine dell’anno, dovremmo riuscire ad avere qualche risposta in più alle nostre domande.

Incidente in Iran: ipotesi e dettagli simbolici

La morte di importanti vertici governativi iraniani, tra cui il presidente iraniano Ebraihim Raisi e del ministro Hossain Amirabdollahyan è un evento che segue la recente scia di eventi quali l’attentato al primo ministro slovacco Robert Fico e il ricovero in ospedale del re saudita Salman al Saud, padre di Mohammed bin Salman.

Dagli innumerevoli commenti che abbiamo potuto leggere ed ascoltare tra ieri e oggi, riteniamo il più affidabile e degno di nota quello dell’ex-Sismi Luigi Baratiri.

In sintesi, nel video Baratiri ci spiega che, con la morte del presidente iraniano, nell’ipotesi che ci siano dietro delle potenze straniere, si cerchi di fomentare una nuova rivolta interna in Iran, perché una parte non indifferente della popolazione, soprattutto chi è emigrato all’estero, si oppone ferocemente al governo teocratico e vorrebbe vedere un cambio della classe politica. Non entreremo in merito a codeste questioni, pur comprendendo le ragioni di critica, desiderando invece menzionare alcuni aspetti finora passati inosservati a molti.

Anniversario di nascita dell’Imam Reza

Un’altra data coincidente con la caduta dell’elicottero è il compleanno dell’Imam Reza, celebrato in Iran. Molto probabilmente, la scelta della data per colpire Raisi e l’Iran è voluta per ulteriore beffa verso il sentimento religioso del governo e della popolazione fedele.

IL LUOGO E GLI EVENTI AD ESSO CORRELATI

La foresta di Arsbaran, anche conosciuta come foresta di Arasbaran, si trova nella provincia dell’Azerbaigian Orientale. È una regione ecologicamente significativa, ricca di flora e fauna uniche, e parte del patrimonio naturale dell’Iran. Essa è anche luogo natìo di Sattar Khan, figura chiave nella Rivoluzione Costituzionale Persiana (1905-1911), che cercava di limitare il potere assoluto dello Shah e stabilire una costituzione. Nel 1908, dopo che Mohammad Ali Shah Qajar aveva bombardato il parlamento iraniano, Sattar Khan si sollevò in difesa della costituzione. Guidò la resistenza armata nella città di Tabriz, organizzando i combattenti noti come “Mujahidin” contro le forze monarchiche. Sotto il suo comando, Tabriz divenne un bastione della rivoluzione e un simbolo della lotta per la libertà. La sua determinazione e leadership galvanizzarono il movimento costituzionale, che alla fine portò alla restaurazione della costituzione e alla deposizione dello Shah.

Babak Khorramdin

Nacque in una famiglia che aderiva alla fede Khurramita, una setta religiosa che combinava elementi del Mazdeismo e del Mazdakismo, e che promuoveva ideali di giustizia sociale e uguaglianza. La sua ribellione contro il califfato abbaside iniziò intorno all’816 d.C., quando guidò i suoi seguaci in una serie di rivolte che si prolungarono per oltre due decenni. La sua fortezza, noto come “Babak Castle” o “Ghal’eh Babak”, situata nelle montagne della regione di Kaleybar, era un’imponente struttura difensiva e un simbolo di resistenza. Nonostante diverse campagne militari abbasidi per reprimere la ribellione, Babak riuscì a mantenere il controllo della sua fortezza fino all’838, quando fu catturato tradimento. Fu portato a Samarra e giustiziato, ma la sua leggenda sopravvive come un simbolo di resistenza contro l’oppressione.

Guerra Ottomano-Persiana (1821-1823)

La battaglia in cui furono uccisi 10.000 soldati ottomani si inserisce nel contesto delle guerre ottomano-persiane, una serie di conflitti intermittenti tra l’Impero Ottomano e l’Impero Safavide (e successivamente l’Impero Qajar) per il controllo delle regioni di confine nel Caucaso e nell’Azerbaigian. Uno degli episodi più sanguinosi di questi conflitti avvenne durante la guerra ottomano-persiana del 1821-1823, quando le truppe ottomane cercarono di invadere la regione. La battaglia di Erzurum del 1821 è un esempio di come la resistenza locale, supportata dalle forze persiane, riuscì a infliggere pesanti perdite agli invasori ottomani. Anche se i dettagli specifici del massacro nella foresta di Arsbaran non sono ben documentati, riflettono la turbolenza e la violenza che caratterizzarono questi conflitti regionali.

In sintesi, il simbolismo e la storia dei luoghi sono scelti per risvegliare i sentimenti divisivi e le ferite storiche che il tempo non ha ancora provveduto a remarginare. L’obiettivo di balcanizzazione e/o di incendiare l’Iran con rivolte è da considerarsi molto probabile, come ben spiegato da Baratiri.

Questa mossa da parte delle potenze straniere rimarrebbe la loro mossa principale contro la resistenza iraniana all’anglosfera e al globalismo, oltre che essere una possible vendetta da parte dei servizi segreti israeliani, vista l’improbabile entrata in guerra degli Stati Uniti contro Tehran, a seguito dell’attacco militare iraniano contro Tel Aviv.

Cercheremo ora di spiegare perché secondo noi gli Stati Uniti, dietro le quinte, stessero cercando una trattativa e una distensione con l’Iran o comunque, ci fossero strane manovre dietro le quinte.

Domanda: perché, a poche settimane dall’inizio degli attacchi di Hamas contro Israele, gli Stati Uniti hanno sbloccato 6 miliardi (MILIARDI) di $ verso l’Iran?[1] I servizi segreti statunitensi e il Pentagono non hanno avuto nessuna avvisaglia dei preparativi dell’attacco? L’ipotesi di inettitudine e superficialità ci sembra da scartare e, naturalmente, dobbiamo muoverci nell’universo delle speculazioni per cui la realtà supera la fantasia.

Ipotesi 1) Biden sta proseguendo la politica di riavvicinamento degli Stati Uniti verso l’Iran e di isolamento verso Israele, con minore supporto militare in Medio Oriente. Conseguentemente, Trump trarrebbe giovamento di ciò, perché legato ai gruppi filo-israeliani, in particolare per la parentela con Jared Kushner. Ció tornerebbe anche col fatto che Trump si è attribuito la responsabilità dell’uccisione del generale iraniano Soleimani.

Ipotesi 2) I militari e i patrioti USA, nel loro governo-ombra, di cui Donald Trump sarebbe ancora il presidente in carica, stanno astutamente lasciando la classe politica marcia che c’è nello stato di Israele al loro destino, facendo fare il gioco sporco del filo-iraniano a Joe Biden, facendo venire allo scoperto la corruzione del governo Netanyahu e lasciando loro recitare la parte dei cattivi, che ahinoi, gli riesce molto bene, a discapito di molti innocenti. Allo stesso tempo, il consenso della popolazione israeliana verso Netanyahu crolla sempre di più, tant’è che pure alla vigilia della morte di Raisi ci sono state manifestazioni a Tel Aviv.

Non scordiamoci che Donald Trump aveva inveito contro Netanyahu, non appena quest’ultimo si era congratulato con Biden per la dubbia elezione: Trump è una persona MOLTO vendicativa.

Inoltre, è venuto diverse volte il sostegno a parole verso Israele, ma a parte il movimento ininfluente di un paio di portaerei, e la consegna di armi (a breve scadenza?), nulla di più è avvenuto.

Riportiamo inoltre questo video, in cui Trump afferma alla platea di essere al terzo mandato, lasciando presagire che tante cose non sono come possono sembrare.
https://rumble.com/v4w1262-trump-teases-that-maybe-hes-in-his-3rd-term-.html

In aggiunta, stando a quanto riportato dal canale “Giubbe Rosse“, gli Stati Uniti e l’Iran avrebbero tenuto dei colloqui indiretti la scorsa settimana, per evitare ulteriori attacchi. La notizia è stata riportata dall’agenzia Axios. [2]

Che l’attentato sia avvenuto per sabotare queste trattative? Gestite da Biden o dai militari USA?

Vi sono altre speculazioni, secondo cui la coda dell’elicottero sia meno danneggiata e ben separata dal resto dei rottami? Potrebbe essere che sia stata piazzata una bomba all’interno dell’elicottero durante la sosta in Azerbaijan?

Ultima, più improbabile, ma non impossibile, è che sia stata inscenata la morte di Raisi (motivi di sicurezza? Operazione militare nascosta?), secondo quanto afferma El-Elyon.
https://x.com/El1_Elyon/status/1792562802810290471

https://x.com/El1_Elyon/status/1792516808437608827

Inutile ripetere che le nostre sono solo speculazioni ragionate, che potrebbero essere pure lontane dalla verità, tranne la tesi di Baratiri, tuttavia abbiamo voluto riportare tutto quello che abbiamo ritenuto di interesse.

Saremo felici di leggere vostri commenti, anche su quello che ritenete incongruente, e le vostre opinioni.

FONTI

[1]

https://www.reuters.com/world/us-allows-6-billion-transfer-part-iran-prisoner-swap-2023-09-11/

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-66784817

https://edition.cnn.com/2023/09/18/politics/iran-money-explainer/index.html

[2]

https://www.axios.com/2024/05/17/biden-us-iran-regional-attacks

Buona Pasqua ai nostri lettori!

Cari Voi che ci leggete,

vogliamo ringraziarvi, anche se siete capitati sulle nostre pagine una sola volta e vi porgiamo i nostri auguri per una Felice Pasqua!

Condividiamo con voi questa riflessione odierna dello studioso Matteo Martini, che offre spunti interessanti.

Cari saluti,

Tulkas & Gilgameš

Dal canale Telegram “Il Veritiero“:

Le “teorie alternative” (sociali, storiche, scientifiche) nel XXI secolo o più precisamente nella finestra di decenni che stiamo vivendo nell’epoca internet, non vengono accettate – ormai ne sono persuaso – unicamente per motivi razionali da un gruppo sociale più intelligente. Credo che l’adesione – indipendente dalla sensatezza o verosimiglianza di molte teorie alternative – sia legata a fattori pre-razionali, emotivi, ad esempio di anticonformismo: per ragioni sostanzialmente speculari e opposte, ma non meno irrazionalistiche, della scelta della maggioranza di seguire idee e narrative presentate come ufficiali. Al massimo i primi si differenziano dagli altri secondo lo schema gnostico psichici/ilici.

Questo non deve sminuire l’importanza e l’utiltà che le sfide a un sistema di credenze consensualmente condivise all’interno della società possono rappresentare, sia in termini di ricerca della verità, sia anche di dinamica sociale.

Tuttavia sappiamo che questa fluidità di credenze, specie in una situazione storica come quella rivoluzionata da Internet e dai social media, diventa un campo di battaglia per gli attori della Guerra Cognitiva (Cognitive Warfare), attori che sono non estranei al mondo militare, alla comunità dell’intelligence, o alla psicologia militarizzata nata nelle università anglosassoni.

Quello della guerra psicologica è un settore in cui l’anglosfera è stata all’avanguardia nell’ultimo secolo, come del resto nel marketing e nella pubblicità. Altre potenze e blocchi, come quello russo o cinese, nell’epoca della guerra fredda e dopo, hanno avuto dottrine sulla propaganda e sulla guerra psicologica molto più arretrate, se non nulle. Ciò può apparire paradossale (per altri versi non lo è affatto) ma le democrazie liberali hanno consolidato apparati di controllo del consenso o di distrazione assai più delle “autocrazie” o delle democrazie non liberali…

Ad oggi, nel nostro Occidente, i cosiddetti complottisti (che dicevamo si ritengono più intelligenti dei più numerosi convenzionalisti), sposano di fatto teorie alternative la cui prima comparsa è stata, nella quasi totalità dei casi, nel territorio americano (extraterrestrialismo, Q, pseudo-law e pseudo diritto, Tartaria) o al massimo nell’area dell’anglosfera (es. Icke, Sitchin). In questo settore inserisco a pieno titolo prassi e contenuti anche della New Age, fenomeno tipicamente anglosassone.
Di fatto gli alternativi, hanno sposato teorie che sono diventate commercialmente diffuse negli Stati Uniti, e poi si sono diffuse globalmente con le dinamiche della globalizzazione.

Pensare che questo cluster di teorie alternative – che nel tempo si sono consolidate nel tempo divenendo uno zoccolo duro e un mainstream sui generis per una determinata nicchia sociale – sia “spontaneo”, e non legate a esperimenti o protocolli del controllo di massa e di ingegneria sociale del Paese in cui tutte sono sorte (USA), credo sia l’ultima pillola blu che i pretesi risvegliati continuano a ricevere.

Costoro sono “gli uccelli da una sola piuma”, come vengono definitivi informalmente dai teorici della psicologia di massa 2.0, che inevitabilmente finiscono per essere messi insieme attraverso tali programmi di controllo e manipolazione culturale.

Ritengo opportuno concentrarmi su questo tipo di inganno, perché di fatto non lo fa nessuno, e i principali attori dell’informazione alternativa, più che dimostrare di esserne consapevoli, o in grado di svolgere questo compito, sembrano piuttosto rientrare fra gli agenti di queste operazioni culturali, anziché fra coloro che le svelano.

Il Veritiero (https://t.me/ilVeritiero)

I movimenti identitarii e la “remigrazione”: luci e ombre

A chi ha seguito un poco le vicende politiche Oltralpe, non saranno sfuggite le manifestazioni di piazza, svoltesi principalmente in Germania, contro la crescita del consenso dei cosiddetti “movimenti di estrema destra”, ovvero Alternative für Deutschland in Germania, il FPÖ in Austria, il PVV di Geert Wilders in Olanda, il Fidesz di Viktor Orbán in Ungheria, e via dicendo.

Questa crescita dei consensi verso determinati partiti ultraconservatori, comunque di matrice neoliberale (Alice Weidel ha lavorato per Goldman Sachs) è conseguenza non solo della forte crisi economica che attanaglia gli Stati del Nord Europa (rimandiamo per approfondimenti alle previsioni dell’ottimo Patrizio Messina nel suo canale Rumble), ma anche di una massiccia immigrazione, prevalente dai Paesi del Nord Africa, dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente, con persone in stragrande maggioranza di sesso maschile, apparentemente in buono stato di salute e in età militare.

Non è nostra intenzione entrare in determinati dettagli, tra l’altro ben noti nel mondo della controinformazione, come per esempio sulla sostituzione etnica e sul piano Kalergi, bensì vogliamo mettere in evidenza la figura di un attivista politico ben noto nei Paesi germanofoni e meno noto in Italia e nel Sud Europa: Martin Sellner.

Martin Sellner

Chi è questo personaggio? Il blog Barbadillo offre una sua descrizione e, ovviamente, del suo pensiero. Ci balza nell’occhio che il pensatore di destra stia per pubblicare un libro, al momento disponibile solo in lingua tedesca, dal titolo “Remigrazione, una proposta” (Remigration, ein Vorschlag).

Nelle settimane precedenti siamo andati a leggere un articolo scritto dallo stesso Sellner, di cui riporteremo la traduzione a breve, e abbiamo tradotto come segue la definizione della parola Remigrazione:

“La Remigrazione è un insieme di misure politiche per
invertire i flussi migratori, al fine di garantire a lungo termine la maggioranza della
popolazione autoctona e prevenire la trasformazione del paese in uno stato multietnico”.

Sebbene noi che scriviamo non siamo affatto contrari alla difesa delle singole tradizioni e culture, ci lascia perplessi il fatto che Sellner nel suo articolo (ma attendiamo di leggere il suo libro per essere smentiti!) parli poco o nulla di difesa delle tradizioni religiose. Anzi, l’unica religione di cui parla è l’Islam, ma in concezione negativa a senso unico, quasi come se fosse la causa prima, il primo motore immobile del tramonto dell’occidente.

Nessun cenno nell’articolo di Sellner al diritto a non emigrare enunciato da Papa Benedetto XVI e ribadito persino da Papa Francesco.

Papa Benedetto XVI

Nessun cenno nell’articolo all’intellettuale tedesco Novalis e alla “Cristianità Europa”: ci parrebbe strano che non lo abbia letto, per cui vorremmo chiedere al Sellner perché non lo cita.

Vogliamo inoltre far presente che il Corano e la teologia islamica venerano Maria e Gesù e la Verginità di Maria è un dogma.

Insomma, ci parrebbe, ma potremmo essere ovviamente in errore, che codesti gruppi identitari siano comunque manovrati dal grande capitale internazionale e dalla criptopolitica, o forse da una parte delle élites in rotta di collisione con la parte nemica, ovviamente globalista, internazionalista e tecnocrate.

Il periodo in cui le nuove destre identitarie e neoliberali stanno per andare al potere sembra molto vicino, anche perché le sinistre globaliste sembrano ormai far di tutto per perdere (quasi a farlo apposta!), per cui ci leveremo la curiosità di vedere cosa faranno e cosa saranno in grado di fare i movimenti identitarii una volta preso il potere: che siano anche loro una sorta di falsi cristi? Ce lo diranno gli anni venturi.

Cos’è la Remigrazione?

Remigrazione è una parola ormai sulla bocca di tutti (nei Paesi germanofoni, ndr), ma cosa si cela dietro questo termine? Il pioniere di questa definizione,
il pubblicista e attivista identitario Martin Sellner, spiega nei suoi scritti i principi di questo concetto. Egli chiarisce cosa intenda con ciò, e cosa no.


Un contributo di Martin Sellner

( https://heimatkurier.at/grundlagen/was-ist-remigration/ )


La Remigrazione è sulla bocca di tutti. Il termine appare su striscioni, diventa una tendenza su Twitter ed è utilizzato sia dalla FPÖ che dai politici di spicco dell’AfD. Come nel caso di “sostituzione della popolazione”, “Fortezza Europa” e “cambiamento
demografico causato dall’uomo”, stiamo vivendo in tempo reale una “carriera metapolitica” [1] . Il termine si sposta dallo spazio pre-politico dei movimenti identitarî e della teoria alla destra politica e all’opinione pubblica alternativa. Da lì, influenzerà l’intera società. Ciò che esattamente si intende con Remigrazione diventerà oggetto di un dibattito continuo all’interno della destra (attualmente sta nascendo un piccolo libro sull’argomento). Tuttavia, è ora di fornire una base per il dibattito.

La Remigrazione non è tutto
Inizio con una definizione operativa: “La Remigrazione è un insieme di misure politiche per invertire i flussi migratori, al fine di garantire a lungo termine la maggioranza della popolazione autoctona e prevenire la trasformazione del paese in uno stato multietnico”.
Tuttavia, la Remigrazione non può essere considerata separatamente da un ampio concetto politico di destra. Nel “Piano a 5 Punti” del movimento civico “Gli Austriaci” è stato presentato un tale piano. Si compone di due pilastri: una politica demografica e
identitaria alternativa. Quest’ultima è ora richiesta anche dall’AfD (vedi Dichiarazione di Potsdam) ed è indispensabile per un vero cambiamento. Gli identitari chiedono sempre la costruzione di una cultura guida positiva e il superamento del culto della colpa. Inoltre, deve essere sviluppato un concetto scientificamente corretto di popolo etnico-culturale.
Possiamo sopravvivere come popolo solo se sappiamo chi siamo e come vogliamo sopravvivere come popolo. La Remigrazione è un aspetto della politica migratoria e demografica alternativa. Oltre a un modello innovativo di migrazione basato su quote
nazionali e a una riforma del diritto d’asilo e della cittadinanza, include anche misure a sostegno della famiglia. Questo contesto non deve essere trascurato, anche quando si sottolinea la necessità di deportazioni.

L’obiettivo della Remigrazione


Il “come” della Remigrazione si capisce meglio partendo dal suo obiettivo. L’obiettivo principale della destra è la salvaguardia dell’identità etnico-culturale. La sua minaccia maggiore oggi è la sostituzione della popolazione attraverso la migrazione di sostituzione. La politica alternativa della popolazione e della migrazione vuole scongiurare questo pericolo, tra le altre cose attraverso la Remigrazione.

Siamo specifici e chiariremo chi sarebbe interessato a una politica di Remigrazione.


La politica di Remigrazione tratta tre gruppi diversi:

  1. Richiedenti asilo illegali e tollerati
  2. Gruppi problematici legalmente presenti ma non assimilati, senza cittadinanza
  3. Società parallele già naturalizzate ma non assimilate

Milioni di ritorni a casa


Il primo gruppo deve essere riportato ai propri paesi o trasferito in zone di transito appositamente create nel contesto di una riforma del maltrattato diritto d’asilo entro un periodo di cinque a sette anni. Le basi giuridiche sono già pronte o devono essere create
politicamente. Dove l’UE e il diritto internazionale vincolano lo Stato nazionale e lo costringono de facto a osservare la sostituzione della popolazione, i relativi contrattidevono essere sospesi, rescissi o ignorati, come fanno già Polonia e Ungheria. L’asilo
dovrebbe essere temporaneo solo per i perseguitati politici dei paesi confinanti. Non può essere accettabile che l’immigrazione illegale di massa in Europa sia possibile senza problemi, mentre le riammissioni di massa legali sono costantemente sabotate. Nessun altro se non Angela Merkel può essere considerato una fonte di ispirazione per ciò. Nel 2017, ha chiesto uno “sforzo nazionale” per la deportazione di massa degli illegali.


Porte girevoli anziché strada a senso unico


Gli stranieri e i cittadini con doppio passaporto che vivono qui a causa di basi legali diverse dalla legge sull’asilo, ma che non sono assimilati e sono un peso per il paese, dovrebbero vivere a lungo anche lì dove il loro cuore è già. Entro un periodo di 15-20 anni,
le loro autorizzazioni di soggiorno scadono o non vengono rinnovate. L’obiettivo non è una consolidazione della permanenza, ma il ritorno a casa. Ciò dimostra che la migrazione in Europa non è una “strada a senso unico”, ma può anche essere una “porta girevole”. Già a livello nazionale e europeo, esistono iniziative per la cosiddetta “circularità” della
migrazione e del rimpatrio. Queste iniziative devono essere notevolmente ampliate.


Inversione delle valvole
Il terzo gruppo è quello che viene spesso mirato dai critici della Remigrazione. La Remigrazione non significa privare della cittadinanza sulla base di marcatori biologici.
Questi “uomini di paglia” del lobby migratoria dovrebbero impedire un dibattito serio. Il
fatto è che la nostra generazione ha ereditato un’errata politica migratoria e di naturalizzazione. Milioni di persone che non si identificano con questo paese sono state erroneamente assimilate e strumentalizzate come cittadini. La Remigrazione vuole fermare, in un primo momento, la crescita delle società parallele non assimilate attraverso la prevenzione della migrazione a catena e una radicale riforma del diritto di cittadinanza e sociale. Una politica di cultura guida e la deislamizzazione; una lotta coerente contro la criminalità dei clan (come richiesto di recente da Faeser) e l’abuso sociale generano una pressione di assimilazione e Remigrazione. Naturalmente non ci saranno “cittadini di seconda classe” o addirittura espulsioni di cittadini tedeschi, come affermano maliziosi
critici. Oltre a questa eliminazione dei “fattori di attrazione”, gli incentivi finanziari all’emigrazione creano “fattori di spinta”. L’aiuto sul posto e la creazione di zone di transito attraenti nei paesi africani possono inoltre fornire un “fattore di attrazione extraeuropeo” che aumenta il tasso di emigrazione. Tutto questo segue, come descritto nel “Piano a 5 Punti”, un concetto completo di quote di migrazione e Remigrazione, in base ai tassi di
assimilazione e alle esperienze con i vari gruppi di migranti. Queste misure, ovviamente, non avranno effetto in pochi anni, ma sono progettate su un periodo di oltre 30 anni. L’inversione delle valvole di migrazione attraverso la prevenzione della migrazione indesiderata e la promozione dell’emigrazione desiderata mostrerà a lungo termine in ogni caso il suo effetto.


Il fattore economico
Dal punto di vista logistico, la Remigrazione non è un problema. Che la sicurezza delle nostre frontiere e il rimpatrio degli illegali siano logisticamente possibili, è ovvio e non deve essere calcolato qui. Come ha mostrato uno studio danese, la maggior parte degli
immigrati sostitutivi porta più costi che benefici. Paesi come il Giappone dimostrano che anche come nazione industrializzata invecchiante si può sopravvivere economicamente senza sostituzione della popolazione. In effetti, una politica di Remigrazione allevierebbe notevolmente molti problemi, dalla selvicoltura alla penuria di case. La riduzione dell’immigrazione e l’aumento della sicurezza attraverso il ritorno degli afro-arabi
stimolerebbero anche gli autoctoni a avere più figli. Naturalmente, rinunciare alla migrazione di sostituzione e cambiare la politica demografica potrebbe rappresentare sfide economiche e sociali a breve e medio termine per il paese. A lungo termine, tuttavia, è l’unico modo per salvare prosperità, sicurezza, democrazia e identità. Dobbiamo
considerarlo un investimento prezioso.

Remigrazione – solo flotte aeree?
La remigrazione è moralmente giustificata, logisticamente possibile, giuridicamente
fondata e attuabile nello stato di diritto e con dignità. Non significa né guerra civile né violenza, ma impedisce proprio questo, poiché interrompe la brutale trasformazione verso uno stato multietnico instabile. Non è antidemocratica, ma l’unico mezzo per salvare il fondamento della democrazia, il popolo come comunità solidale e di voto. Un certo grado
di migrazione e assimilazione esiste storicamente quasi sempre e in quasi ogni stato. Tuttavia, lo scambio di popolazione e la migrazione sostitutiva hanno perso ogni misura. La remigrazione rappresenta invece il ritorno alla normalità e alla giustizia. Attualmente, l’idea della migrazione come “rivincita” e “punizione” per criminali e parassiti sociali prevale comprensibilmente. Si diffondono meme riguardanti “flotte di aerei”.
È importante considerare la remigrazione anche come un’opportunità e un ritorno a un coesistere dignitoso e rispettoso tra i popoli. La migrazione sostitutiva è il risultato di due problemi: la povertà infantile in Europa e la mancanza di prospettive nel Terzo Mondo.

Invece di risolvere questi problemi, la politica migratoria li amplifica, creando ulteriori focolai sociali. Solo quando i giovani afroarabi capiranno che un viaggio in Europa non è una “scorciatoia” per una vita prospera, potrà iniziare una costruzione sostenibile e seria dei loro paesi, che sicuramente supporteranno gli europei. Ad esempio, la formazione
offerta nelle zone di transito e nei centri di espulsione potrebbe stimolare lo sviluppo dei paesi d’origine. L’importazione come capitale umano, seguita dalla ghettizzazione e dalla miseria nella palude urbana di droga e criminalità, non è benefica oggettivamente per la giovane popolazione afroaraba immigrata, anche se lo desiderano soggettivamente. La
remigrazione si inserisce quindi anche nella visione di un ordine mondiale multipolare, più giusto (non egalitario). Il vero nemico di una politica di remigrazione è il costante flusso in aumento di merci, denaro, dati e persone che erode gli ordinamenti consolidati, non il singolo migrante.
Cosa fare?
Finché le maggioranze politiche di autoctoni e assimilati supportano numericamente una
politica di remigrazione, questa rimane fattibile. Ma prima che la remigrazione diventipoliticamente fattibile, deve essere socialmente accettabile. Qui, i defaitisti e gli opportunisti che hanno già abbandonato il nostro popolo e ritengono la remigrazione “troppo estrema” sono tanto dannosi quanto i puristi fondamentalisti che danneggiano con
richieste irrealistiche ciò che è realmente realizzabile. Al contrario, occorre normalizzare e rendere popolari richieste apparentemente estreme mediante provocazioni accettabili. Ciò viene già realizzato mediante la ripetizione e l’ancoraggio del termine nella consapevolezza. Proprio ora, mentre soluzioni superficiali e parziali come la lotta contro
“la follia dell’asilo”, la “criminalità di clan” o “l’immigrazione illegale” sono sostenute persino
dall’Ampel, FPÖ e AfD potrebbero avanzare con la remigrazione come “caratteristica
distintiva”. L’ancoraggio con fatti è altrettanto importante quanto la creazione di una visione plastica e entusiasmante. Come cambierebbe il paese con una politica di remigrazione?
Diventerebbe più vivibile, sicuro, bello, tranquillo, efficiente, solidale, sociale, normale e più tedesco. Così si riassume l’idea principale della remigrazione: tra 30 anni la Germania sarà più tedesca di oggi. Lo stesso vale per l’Austria, la Francia, la Svizzera e l’Italia.

La remigrazione dovrà essere il termine dominante per l’Europa nel XXI secolo o l’Europa non esisterà più.

[1] Termine originale: metapolitische Themenkarriere

La UE appoggia il “Daesh iraniano”

In un tweet dell’eurodeputato Guy Verhofstadt, presente ad una manifestazione a Parigi a sostegno delle proteste degli iraniani contro il governo teocratico attuale, non ci è sfuggita la presenza di sostenitori di Maryam Rajavi, leader del movimento estremista Mojahedin El-Kalq, ritenuto peggio dell’ISIS anche dai più feroci oppositori del governo degli ayatollah.

Per capire meglio chi e cosa si celerebbe dietro le proteste degli iraniani, vi rimandiamo al nostro precedente articolo.

Tornando al tweet Verhofstadt, insospettiti, siamo andati a leggere i varî commenti; ne riportiamo sotto alcuni, anche con la traduzione in italiano.

Interessante e inquietante vedere le bandiere dell’Ucraina sostenere una manifestazione a favore di un gruppo terrorista. Ci è stato confermato da fonti dirette iraniane, che se i veri manifestanti vedono le bandiere dei Mojahedin alle manifestazioni, li cacciano via in malo modo.

Il secondo e terzo commento da noi pubblicati sono dei sostenitori dei Mojahedin della Rajavi.

Insomma, le tattiche di rivoluzione sono sempre le stesse, come da copione già visto per la Siria: spacciano gruppi terroristi per “ribelli democratici”, per poi instaurare un governo fantoccio, che faccia gli interessi occidentali.

UFO, alieni, palloni sonda: armi di distrazione di massa.

Dalla nostra rassegna odierna di Twitter, vi proponiamo le seguenti riflessioni, una dell’avvocato Alessandro Fusillo, l’altra del giornalista investigativo Gonzalo Lira.

In sostanza, i palloni sonda e gli UFO sono notizie atte a distogliere l’attenzione delle masse da:

1) il disastro ambientale in Ohio; 2) le enormi perdite dell’esercito ucraino; 3) Seymour Hersh che conferma la responsabilità degli USA sul North Stream; 4) la lista dei clienti di Epstein che sta per essere rilasciata.

Staremo a vedere. Intanto, alcune perle della tv e stampa italiane.

Austria e Ungheria non consegneranno armi all’Ucraina

https://www.euractiv.com/section/politics/news/austria-hungary-agree-on-not-sending-weapons-to-ukraine/

Dalla pagina di Sara Reginella.

Ad ogni modo, è ufficiale che Austria e Ungheria non invieranno armi all’Ucraina.
Ma è troppo difficile per l’Italia capire che, per evitare l’escalation e tentare la soluzione diplomatica, si dovrebbe cessare di inviare altre armi.
L’Italia, organo esecutivo della NATO, è ormai un paese selvaggio, una culla per l’imbarbarimento delle menti.

@sarareginella

Generali coraggiosi (e razionali)

Speriamo sia veramente come sostiene MinutemanItaly. 🙂

Allo stesso tempo, anche il generale Bertolini della Folgore continua ad usare il raziocinio.

Gen.Marco Bertolini

La nostra speranza è che la capacità di ragionare e trattare sia riscoperta dai politici in primis, invece che essere messa in pratica dai militari.